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Perdita uditiva sul lavoro e diritti del lavoratore

Tra i diritti dei lavoratori quello alla salute è di certo il più importante, e dato che il primo maggio è passato da pochi giorni, è proprio il caso di ricordare l’importanza di preservare la salute del proprio udito sul posto di lavoro. Ebbene si, perché, a quanto pare, l’ipoacusia derivante da perdita uditiva sul lavoro è proprio una delle più diffuse; evidentemente a causa del fatto che tantissime persone esercitano una professione che le espone per un tempo consistente a livelli eccessivi di rumore. Basti pensare che, secondo l’Inail, l’ipoacusia causata da un’esposizione a rumori forti durante l’attività lavorativa rappresenta il 40% dei casi di malattie professionali.

Il rischio di perdita uditiva sul lavoro può derivare da diverse minacce. Una di queste è sicuramente l’inquinamento acustico: il traffico cittadino, ad esempio, si costituisce come un problema per tutti quei lavoratori che esercitano la propria professione in strada o che comunque tendono a spostarsi tanto per esigenze di lavoro. Queste persone trascorrono molte ore esposte a livelli di rumore elevato (al di sopra degli 80db, definiti come una soglia di rischio) e tanti anni di attività possono arrivare a incidere sul loro udito, provocando un trauma acustico di tipo cronico.

Vi sono poi tutte quelle professioni che mettono a rischio l’udito dei lavoratori in ambienti chiusi, specialmente in fabbrica: qui il rumore è dovuto principalmente all’impatto delle macchine o degli utensili sui materiali che vengono sottoposti a lavorazione e dunque l’intensità può variare in base a tanti fattori (la natura dei materiali, la forza impiegata dall’operaio, il tempo di lavoro, la corretta manutenzione o l’usura degli apparecchi). In questi tipi di ambienti il rischio per l’udito è ancora più elevato in quanto i lavoratori sono esposti a due tipologie di rumore: il rumore diretto proveniente dai macchinari e che investe subito l’operaio che li sta manovrando, e il rumore riverberato dovuto al ritorno del suono a seguito del suo scontro con le pareti.

Ma non sono solo autisti di ambulanze, tassisti o operai tornitori a rischiare il proprio udito: corrono un grosso rischio per la loro salute anche tutti quei lavoratori che esercitano la propria professione con una sorgente sonora vicina al proprio orecchio. Un rapporto Inail di qualche tempo fa lanciava l’allarme per gli operatori di call center, una categoria professionale che in Italia conta circa 200mila persone spesso costrette a lavorare in ambienti piccoli e sovraffollati (un ufficio può includere anche 200 impiegati). Oltre ai rischi per la salute in genere, legati al sovraccarico vocale o alla scarsa ergonomia delle postazioni, questi lavoratori adoperano per tutta la giornata apparecchiature monoauricolari o biauricolari: il livello medio di esposizione sonora degli operatori si colloca, in genere, a cavallo degli 80 decibel che è già da considerarsi a rischio, ma il 20% di questi lavoratori (circa 40mila impiegati) è esposto a livelli superiori agli 80 dB.

Esistono, infine, altre numerose categorie professionali che espongono gli impiegati al rischio di perdita uditiva sul lavoro: si pensi a tutti coloro che sono impiegati nel settore dell’agricoltura, dell’intrattenimento e della movida notturna, ai musicisti o, anche, a coloro che hanno intrapreso una carriera nei corpi armati. Queste professioni non soltanto sottopongono l’udito a una pressione elevata, ma possono indurre il lavoratore anche al rischio di una sordità improvvisa, dovuta a un trauma acustico acuto.

Sia la tecnologia che la medicina hanno fatto passi da gigante e consentono oggi di effettuare una corretta valutazione del rischio per l’udito dei lavoratori nella maggior parte degli ambienti, di individuare il sopraggiungere di una perdita uditiva a partire dai suoi primi sintomi (acufene, fatica uditiva, disagio e stress) e di prevedere delle soluzioni per ridurre l’impatto. E, infatti, ogni datore di lavoro è obbligato per legge a tutelare la salute dei lavoratori.

Ma quali azioni possono servire a ridurre il rischio di perdita uditiva sul lavoro?

-Prevedere l’obbligo di indossare otoprotettori per tutti quei lavoratori che sono a contatto con macchinari rumorosi;
-provvedere alla manutenzione delle apparecchiature, in quanto l’usura o il malfunzionamento di questi ultimi inducono a un uso più prolungato e dunque eccessivo;
-scegliere, tra i vari modelli disponibili, attrezzature per il lavoro dal livello di rumore meno elevato;
-apportare modifiche ai processi di lavoro che prediligano le opzioni meno rumorose (utilizzare un controllo della velocità elettronico e non meccanico, abbreviare al minimo le operazioni rumorose, impostare le velocità di flusso o la pressione dell’aria sul valore più silenzioso, etc.);
-utilizzare silenziatori dissipativi, reattivi o a espansione;
-installare infrastrutture isolanti che riducano la propagazione del suono: divisori, cappottature, rifugi o schermi.

È opportuno ricordare che queste azioni preventive della perdita uditiva sul lavoro non soltanto costituiscono una garanzia per gli impiegati che ne usufruiscono, ma anche per quei datori di lavoro che scelgono di adoperarle. In primo luogo perché riducendo l’impatto sulla salute del lavoratore, automaticamente ne riducono il disagio e dunque l’eventuale calo di produttività e rendimento; ma soprattutto perché il lavoratore stesso può rivalersi in caso di perdita uditiva consistente, dal momento che essa può essere riconosciuta come malattia professionale ed egli è autorizzato a chiederne il risarcimento.

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